Napoli cuore danzante del Mediterraneo con il Festibál

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Napoli torna ad essere il centro nevralgico del Sud Europa grazie al Festibál, il festival delle comunità del Basso Mediterraneo che ballano sé stesse.

Promotore della manifestazione, giunta alla sua quarta edizione, è Luca Sessa, insieme ad un gruppo di amici, i cosidetti “Fuochisti Festibælli”.
Festibál nasce con l’obiettivo di fare sentire, col calore e l’allegria, il capoluogo campano nuovamente protagonista di un mondo fatto di tradizioni, folk e integrazione.
Le parole must del Festibál, iconiche e significative dell’intera manifestazione, sono tante: musica, balli, cultura viva, comunità, modernità, euforia, fruibilità diffusa e non escludente.

Teatro della manifestazione è l’ex asilo Filangieri,  ex sede del Forum delle Culture, dal 2012 diventato uno spazio aperto dove si va consolidando una pratica di gestione condivisa e partecipata di uno spazio pubblico dedicato alla cultura, in analogia con gli usi civici: una diversa fruizione di un bene pubblico, non più basata sull’assegnazione ad un determinato soggetto privato, ma aperto a tutti quei soggetti che lavorano nel campo dell’arte, della cultura e dello spettacolo che, in maniera partecipata e trasparente, attraverso un’assemblea pubblica, condividono i progetti e coabitano gli spazi.

E tra i progetti e gli appuntamenti organizzati all’Ex Asilo il Festibál è diventato in questi ultimi anni uno degli eventi più attesi, frutto anche di una buona programmazione e di un calendario di eventi variegato e interessante. L’ultima edizione, conclusasi da poche settimane, ha riscontrato molto successo e coinvolto diverse etnie: dal Senegal alla Sardegna passando per la Sicilia e la Palestina.
Ogni mese, da Novembre e sino a Marzo, l’Asilo ha ospitato, nel corso di un weekend, i diversi gruppi, svolgendo corsi di balli e strumenti tipici, seminari, workshop, incontri teatrali, momenti legati agli aspetti culturali e alle tradizioni culinarie e poi i vari concerti festabballo per riflettere attraverso il divertimento sui legami che vengono a crearsi “fra noi e l’intorno”: giornate di condivisione, conoscenza e integrazione vissute con brio e leggerezza.

Molto sentito e partecipato è stato l’ultimo degli appuntamenti previsti, che ha visto in scena proprio l’isola siciliana; due terre, quella siciliana e quella campana, accomunate sotto tantissimi punti di vista – sia ieri che oggi – che per questa occasione si sono ritrovate e contaminate ancora una volta, tra danze e tradizioni. Presenti all’Asilo, oltre al gruppo di “Palermo Anima Folk”  e i suonatori “Le Matrioske”, anche un folto gruppo di appassionati e ballerini amatoriali che ha deciso di raggiungere Napoli per contribuire a ricreare il mondo sonoro siciliano.

Insieme a Luca Sessa abbiamo tracciato un bilancio dell’ultima edizione e approfondito alcuni aspetti legati al Festibál.

Che edizione è stata quella del Festibál che si è da poco conclusa?
“L’ultima stagione così come anche le precedenti, ha visto la valorizzazione delle culture comunitarie di matrice mediterranea viste come un’unica prospettiva che ne coglie i tratti comuni, in primis lo spirito comunitario vissuto attraverso il ballo. Lo spirito della base di comportamenti culturali dell’Italia del Sud è stato portato all’equiparazione con quello di culture più riconosciute come nazionali, a sé stanti. Mi piace molto l’indentatura fra lo spirito che noi abbiamo lasciato vivo solo nei posti sperduti e non piallati e quello delle culture nazionali che riconosciamo, mentre invece non riusciamo a guardare alla nostra, non facendo nulla per valorizzarla. Parlo di Andalusia, Grecia ma più in generale di tutto il rettangolo basso e lungo di Mediterraneo e dei loro stili di comportamento culturale. Ballo e musica sono sia trasmettitori immediati di valori, di coesione fra persone e culture vicinissime eppure ritratte come lontane, e sia riavvicinatore di persone che vivono nello stesso posto”

Perché nasce Festibál?
“Il Festibál nasce per far tornare Napoli al centro di un movimento culturale e popolare, così come era in passato.
Gli avvenimenti dell’ultimo secolo e mezzo hanno reso questa città centro quasi esclusivamente di se stessa. Affinché Napoli stia più in piedi collettivamente, non deve inseguire, ma accogliere, muoversi ad abbracciare tutte le onde che la bagnano e l’hanno bagnata. Deve ridivenire un centro del mondo relazionale da cui proviene e a cui ancora appartiene: la matrice basso-mediterranea di cui rimane impregnata, pur essendone quasi divenuta ignara; i “dialetti” degli altri Sud d’Italia che l’hanno tessuta e tenuta capitale. Quel mondo deve tornare a Napoli ricreando area liquida di scambi con chi parla la stessa lingua del corpo e della vita.
Abbiamo quindi pensato di dare il nostro contributo alla ricollocazione di Napoli al suo centro, sui propri piedi, coltivando comunità in un modo divertente, a modo nostro: ballando e praticando cultura viva.”

Qual è il vero spirito del Festibál?
“Festibál
 è un festivál delle comunità che a Sud si divertono suonando e ballando la propria cultura aperta al mondo. Sfreghiamo il lato di calore e emozione della vita e mettiamo a Napoli musica, balli, allegria da versanti del nostro stesso tumulto: greco, andaluso, ionico, riggitano. Viviamo la proprietà e la bellezza dei balli comunitari e a cerchio di culture rappresentate come distanti ma assai prossime alla nostra, che con fierezza portano avanti la propria scintilla e coesione nella modernità. Cogliamo ballando insieme l’analoga maniera, individuale e collettiva, di percepire e vivere la vita, e rafforziamo la nostra. Per potenziare il nostro cerchio, ci bagniamo in quello vicino, che balla in proprietà.”

Come avviene tutto questa nella Napoli di oggi?
“Napoli deve tornare a rafforzarsi come centro di comunità, contrastando la crescente tendenza a farsi leggere, e vivere, individualista. Il Sud tutto è sempre più vituperato dai suoi stessi abitanti, incitati a pensare ai propri luoghi come un deserto materiale e morale. A Sud, i festival sono proliferati da quando la comunità ha iniziato a sfilacciare nodi e a costruire solitudini, a depredarsi. C’è bisogno di zappare questo “deserto” con il suo proprio concime. Occorre mettere di nuovo sotto gli occhi e i piedi dei meridionali, da angolature prossime, il senso di appartenenza a un mondo relazionale coeso. Ci serve rappresentare e vivere la coesione dei posti contigui nei quali sue forme divertenti sono ancora vive e fruibili. Per rimanere in proprietà dei nostri destini, serve portare i legami del passato a una fioritura che sia bella oggi e parli di futuro domani. È redditizio mostrare che, partendo da maniere fondanti e collettive di noi che tendiamo a trascurare, si può stare magnificamente bene, ritrovando pure semi, senso, orientamento. La parte divertente della vita – la musica, il ballo, la compagnia – è il migliore strumento per tornare a un sé migliore, imbastendo un futuro ricamato.”

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