Elena Ostanel e gli “Spazi fuori dal Comune”. Quando la rigenerazione urbana è reale

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Capita a volte che alcuni termini, se usati troppo spesso, perdano in parte il loro significato iniziale, diventino abusati e inflazionati, inseriti in determinati contesti più per moda che per altro: questo è quello che sta accadendo al termine rigenerazione, o ancora meglio al connubbio rigenerazione urbana. Perché sistemare il parco giochi per bambini nel giardino pubblico comunale, seppur sia un intervento importante e positivo, non è da intendere o considerare come intervento di rigenerazione urbana.
Quando allora usare questo termine? E quali sono gli esempi positivi in Italia? A risponderci è Elena Ostanel, autrice del libro “Spazi fuori dal Comune. Rigenerare, includere, innovare.” (Franco Angeli editore).

Elena è originaria di Motta di Livenza, comune di circa 10mila abitanti della provincia di Treviso, è dottore di ricerca in Pianificazione Territoriale e Politiche Pubbliche del Territorio con un background di studi proveniente dalle scienze politiche e dalla cooperazione locale e internazionale allo sviluppo. Attualmente si trova a Toronto per una borsa di studio finanziata dall’Unione Europea attraverso il progetto Marie Curie. Questo tipo di progetto, ispirato alla famosa chimica e fisica polacca premio Nobel per la fisica nel 1903, nasce con l’intento di offrire ai ricercatori di ogni età e livello di esperienza la possibilità di fare ricerca scientifica finanziata e riconosciuta in Europa. Lei ha sfruttato questa possibilità e attualmente è Marie Curie Fellow per il progetto NEIGHBOURCHANGE presso l’Università Iuav di Venezia, in collaborazione con la University of Toronto e TUDelft, per studiare alcuni casi europei e non di cambiamenti nei quartieri. Tre anni intensi, iniziati lo scorso novembre, che si concluderanno nel 2020 con un significativo bagaglio personale e professionale nella vita di Elena, ma anche con tantissimi dati e ricerche sui territori coinvolti e il loro modo di fare e intendere la rigenerazione urbana.

Nel suo libro Elena offre una definizione chiara e semplice di rigenerazione urbana, intesa come “un complesso processo sociale e di policy che deve essere capace di produrre effetti contestuali e duraturi nel tempo su spazio e società: viene prodotta rigenerazione urbana dove sono moltiplicati i diritti di uso di uno spazio per pubblici differenti e se lo spazio (pubblico e non) diventa risorsa disponibile, capace di ancorare processi di empowerment e attivazione politica. Perché si possa parlare di rigenerazione urbana è necessario che si produca apprendimento sia nelle istituzioni sia nei diversi attori sociali che vi hanno preso parte. È al centro la relazione tra innovazione e inclusione sociale: in particolare in quartieri ad alto tasso di differenziazione sociale è necessario inserire una prospettiva di giustizia per generare e distribuire le esternalità positive alle popolazioni più vulnerabili e allo stesso tempo controllarne i possibili meccanismi di esclusione. Perché l’innovazione sociale non è una bacchetta magica, ma uno strumento di lavoro contestuale che può essere usato per rigenerare territori in un’ottica inclusiva.”
Per tramutare in pratica la parte teorica sono stati presi in esame alcuni casi che rispecchiano quanto descritto: dalle Case di Quartiere a Torino al Patrimonio Cittadino di Uso e Gestione Comunitaria a Barcellona, passando per i Laboratori di Quartiere a Bologna, il Mercato Lorenteggio a Milano, l’Asilo Filangieri a Napoli, Via Baltea 3 a Torino e Piazza Gasparotto a Padova.
Sono tutti “Spazi fuori dal Comune” in cui forme di autorganizzazione, istituzioni intelligenti, imprese sociali, terzo settore e singole professionalità non ancora “codificate” si mettono in gioco attivando spazi di opportunità in quartieri in stato di bisogno.
Con queste interessanti premesse non si poteva che innescare con Elena una interessante e piacevole chiacchierata, che ha preso forma attraverso uno scambio di domande e risposte; non è stato semplice trovare un momento favorevole ad entrambe, complice soprattutto il fuso orario Sicilia – Toronto, ma dopo alcuni tentativi possiamo dire di avercela fatta.

Cosa occorre per poter parlare veramente di rigenerazione urbana?
“Una delle cose fondamentali quando parliamo di rigenerazione urbana è il coinvolgimento degli abitanti del luogo, perché tutte le iniziative lanciate senza aver ascoltato e recepito le necessità del territorio si rivelano fallimentari o producono effetti controproducenti come l’espulsione delle classi più deboli o il cambiamento dell’atmosfera circostante che non permette quindi a quei cittadini di ritrovarsi nel loro quartiere; proprio per questo è fondamentale che sia presente la cittadinanza attiva. Un’altro tassello importante è il ruolo delle Istituzioni a supporto delle varie attività, fondamentale per la riuscita di un progetto.
Nel periodo storico in cui ci troviamo, per ottenere risultati positivi, è quindi necessario e fondamentale che ci siano attori diversi ad investire in fenomeni di rigenerazione urbana: enti pubblici e gruppi informali formati da cittadini per sostenere grandi progetti dotati di una forte componente sociale.
Proprio per questo io credo che per parlare di rigenerazione urbana non possono prescindere la componente hardware e la componente software: la prima è legata a tutto ciò che attiene l’aspetto urbanistico, la seconda riguarda invece il contesto sociale, da sfruttare come una grande opportunità.”

Rigenerazione urbana e innovazione sociale: quanto sono connessi questi due mondi?
“Qualche anno fa erano due mondi completamente scissi l’uno dall’altro, non comunicavano e non dialogavano tra loro. La fase storica che stiamo vivendo ha invece creato un punto di contatto e ha permesso un percorso di avvicinamento e collaborazione reciproca: la rigenerazione urbana oggi difficilmente prescinde dall’innovazione sociale, sono due mondi sempre più legati e connessi fra loro.”

Il ruolo della Pubblica Amministrazione quanto è determinante nei processi di rigenerazione urbana?
“Il ruolo della Pubblica Amministrazione è fondamentale nel processo di rigenerazione perché, se svolto nella maniera adeguata, riesce a garantire sostenibilità e durabilità al progetto, non tanto attraverso un processo economico ma quanto in termini di organizzazione della policy, attraverso cioè quegli interventi – normative, regolamenti e quant’altro – che permettono alle aree in questione di ottenere strumenti fondamentali per la riuscita del progetto.
In questo caso possiamo parlare di una Pubblica Amministrazione intelligente, in grado di cambiare sé stessa e non soltanto limitarsi ad un ruolo di controllo, il quale invece non comporterebbe gli stessi benefit; proprio per questo credo che il compito principale della pubblica Amministrazione non sia quello di controllare ma piuttosto di sostenere i processi in atto, sia per ciò che attiene l’aspetto tecnico ma che attiene anche al fronte politico, in modo tale da offrire la possibilità di dare vita a nuove forme di autoorganizzazione.”

Che differenze hai notato nelle tue ricerche tra Nord e Sud Italia e tra l’Italia e le altre Nazioni?
“In Italia per ciò che ho avuto modo di vedere non si può fare una distinzione tra Nord e Sud, ma cambia tutto da caso a caso; ad esempio l’Ente Regionale Veneto non ha ancora capito l’importanza di tutto questo processo per il contesto locale e non ha sostenuto le iniziative venutesi a creare, a differenza invece della Regione Puglia che, con Bollenti Spiriti, ha dato vita o parecchi progetti di innovazione sul territorio.
Penso però agli esempi positivi di Milano e Torino o ancora ai casi di Bologna e Napoli, la rigenerazione si muove in tutta Italia; forse la differenza principale tra Nord e Sud potrebbe essere nel ruolo giocato dalla Pubblica Amministrazione: i processi di autoorganizzazione nel Nord Italia vengono riconosciuti in modo più celere dall’ente pubblico e di conseguenza vengono sostenuti e accompagnati, al Sud tutto questo è forse più difficile e non sempre avviene, ed è anche il motivo per cui a volte, seppur i progetti siano veramente interessanti, non riescono a proseguire nel tempo, ma anche in questo caso ci sono le eccezioni che confermano la regola.
Per quanto riguarda invece  le altre Nazioni uno degli esempi più interessanti che ho studiato e che ho inserito nel libro è sicuramente quello di Barcellona: un movimento di cittadini che governa la città insieme al supporto di una sindaca radicale che sta mettendo in atto tutti quegli strumenti di cui parlavamo prima per permettere operazioni di rigenerazione urbana.”

Tra i casi da te esposti nel libro manca la Sicilia: dipende dal fatto che non siano presenti nell’isola casi virtuosi di rigenerazione urbana o semplicemente non sono stati inseriti?
“Certamente la Sicilia ha diversi casi positivi di rigenerazione, ma ovviamente nel libro sono stati inseriti solo alcuni casi, ho dovuto fare delle scelta e non ho potuto inserire tutte le ricerche svolte in questi anni.
Se penso alla Sicilia però mi vengono in mente molti casi di rigenerazione urbana che trovo interessanti e positivi:  a Palermo ricordo CLAC, nato per lavorare all’ideazione, organizzazione, promozione e produzione di eventi e progetti per cultura, turismo e sviluppo locale; a Trapani è nata da poco Drepanensis, incubatore di idee e di progetti finalizzati ad approfondire, affrontare e risolvere i problemi sociali ed economici del territorio con un approccio anche politico;  a Favara c’è Farm Cultural Park creato da Andrea Bartoli, un centro culturale indipendente di nuova generazione con una forte attenzione all’arte contemporanea e all’innovazione. Ma ci sono anche il Comitato Cittadini Attivi San berillo a Catania, creato come strumento di tutela del tessuto sociale e del patrimonio storico architettonico del quartiere; o Periferica a Mazara del Vallo, che promuove la rigenerazione urbana attraverso processi sociali, culturali ed artistici, per potenziare il legame tra comunità e territori; o ancora Mare Memoria Viva, un ecomuseo urbano diffuso che si trova a Palermo: sono tutti esempi positivi di rigenerazione urbana che partono da forme di autoorganizzazione.”

Il progetto che invece stai seguendo adesso su cosa si focalizza?
“Attualmente io sono Marie Sklodowska-Curie Fellow per il progetto NEIGHBOURCHANGE e mi sto occupando di analisi di cambiamento di quartieri attualmente in atto a Toronto, ma non solo. Il progetto è iniziato lo scorso novembre e si concluderà nel 2020: in questi tre anni mi sposterò fra Toronto – dove attualmente mi trovo – Delft e Barcellona, per poi concludersi in Italia con la fase di elaborazione dei dati scaturiti da queste ricerche. 
Attualmente mi sto concentrando sugli esempi canadesi di rigenerazione urbana ed è un mondo totalmente diverso rispetto a quello europeo o in italiano: qui c’è una fortissima organizzazione dal basso, ed è interessante notare come le comunità diventino a tutti gli effetti istituzioni riconosciute; il Comune in Nord Europa è inteso in modo molto diverso rispetto alla visione che abbiamo in Europa. A giocare un ruolo molto importante, ad esempio, sono le fondazioni –  anche in Italia lo sono sempre di più – ma qui sono spesso charity utili per attivare processi di fundraising collettivo.
Il caso studio del quale mi sto occupando nello specifico si chiama Parkdale e le mie ricerche si stanno concentrando soprattutto su due aspetti: il community organizing – e quindi cercare di capire quali strumenti vengono attuati per attivare processi di organizzazione urbana – e il community planning – cioè conoscere quali strumenti vengono invece utilizzati per definire processi di pianificazione dal basso.
A Barcellona invece il caso che andrò a studiare è El Pla de Barris, un piano di sviluppo su scala di quartiere che si avvarrà del sostegno dell’Amministrazione e di consulenti gratuiti; io sarò inserita tra questi consulenti e ad ottobre mi sposterò in Catalunya per proseguire il progetto.”

 

 

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