Come un’idea può cambiarti la vita: Michele Tranquilli tra sogni e realtà

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Una scelta spesso può condizionare tutto il resto di ciò che saremo e faremo, innescare una serie di cause ed effetti straordinari e creare sinergie che scatenano energia positiva: questo è quello che è successo a Michele.

“Il mondo è nelle mani di coloro che hanno il coraggio di sognare e di correre il rischio di vivere i propri sogni
.”
Questa frase di Paolo Coelho potrebbe racchiudere il modo di intendere la vita di Michele Tranquilli: quasi 30 anni, originario di Tortona – comune in provincia di Alessandria – tanti sogni già realizzati e tanti altri ancora da realizzare.
Una vita piena, intensa, al meglio di sé, per se stesso e anche per gli altri. Coraggio, impegno, dedizione e passione: queste le sue parole chiave.
Un sogno lo spinge a 17 anni ad andare in Africa, per svolgere un progetto di volontariato in Tanzania: quell’esperienza stravolgerà il corso della sua vita e condizionerà inevitabilmente gli anni a seguire, trasformando quel giovane motivato ma inesperto in un ragazzo consapevole e maturo ma pur sempre sognatore, o “sbagliatore” come lui stesso ama definirsi.
Da quel momento la Tanzania è diventata la sua seconda casa: c’è stata una generazione continua di idee ed iniziative, positive e concrete, che hanno portato alla nascita e alla realizzazione di numerosi progetti importanti.
Frutto di questi dieci anni è la rete solidale YouAid, un’organizzazione no profit – o come preferisce chiamarla Michele “un’associazione liquida” – e anche il libro “Una buona idea”, pubblicato circa un anno fa con Feltrinelli; un libro che il suo autore ha presentato e continua a presentare in moltissime scuole di tutta Italia, da Nord a Sud.
In questa intervista abbiamo cercato di racchiudere questa bella storia, una  storia del fare, bene e con le mani. Siamo certi che quando finirete di leggerla verrà una gran voglia di fare anche a voi. Bene e con le mani.
Perché l’insegnamento che Michele ha ricevuto in questi anni e che adesso cerca di trasmettere soprattutto ai ragazzi che hanno l’età che lui aveva quando tutto è iniziato è applicabile in qualsiasi campo, soprattutto al modo di vivere la vita di tutti i giorni.

Chi è Michele Tranquilli?
“Michele è uno spirito libero, un sognatore, anche uno “sbagliatore” se vogliamo; è un ragazzo che a 17 anni ha deciso di seguire il suo sogno, ha dato una sterzata alla sua vita, è uscito dal suo seminato e ha deciso di partire per l’Africa per un’esperienza di volontariato di tre settimane. Quello penso sia stato il momento più importante della mia vita: ho cercato di fare quello che mi piaceva, non ho aspettato il momento giusto ma l’ho creato. Per ognuno di noi penso sia fondamentale porsi degli obiettivi e provare a raggiungerli: una vita senza obiettivi sarebbe inconcepibile.
A volte il risultato conta meno rispetto all’averci provato, perché sono proprio gli errori che ci permettono di capire e riflettere, migliorare e migliorarci. Chi non sbaglia mai è perché non fa mai nulla, per questo quando incontro i ragazzi nelle scuole dico loro di non temere di sbagliare: “fate quello che vi fa stare bene e vi appassiona, gli sbagli ci saranno, ma sbagliare sarà sempre meglio che restare immobili.””

Qual è stato l’insegnamento più grande che hai ricevuto dal tuo primo viaggio in Tanzania?
“L’insegnamento più grande che ho ricevuto la prima volta che sono stato in Africa è stato quello di imparare ad ascoltare: io pensavo di arrivare in Tanzania, salvare il mondo e tornare a casa, invece è stato tutto l’opposto. Ero ovviamente un ragazzino, peccavo di ingenuità e di inesperienza nel settore, ma ero motivato dall’aiutare gli altri, volevo sentirmi utile, quello era il mio punto di forza.
Ho capito da quell’esperienza quanto fosse importante fare rete e condividere, e che spesso il primo passo da fare è proprio quello di stare in silenzio, porsi in ascolto, apprendere e poi mettersi all’opera. Ci vuole tanto impegno e sicuramente tanta passione per lanciarsi su un progetto simile, ma se questo è ciò che si sente di fare allora va fatto.”

Cosa ti ha spinto a tornare in Tanzania le volte successive?
“Mi ha spinto essenzialmente la voglia di mettermi in gioco, di confrontarmi con nuove  sfide in modo vero, concreto, tangibile. Avevo voglia di portare il mio aiuto a quelle popolazioni, mettere in circolo le mie  capacità e le mie competenze per loro.
Questo desiderio di spendersi per gli altri penso provenga anche da un’impostazione familiare: mia madre si è sempre occupata di volontariato sul fronte religioso/cattolico, anche papà ha sempre fatto la stessa cosa sul versante laico, quindi quella non poteva che essere la linea da seguire: aiutare il prossimo e costruire concretamente qualcosa, fornendo un aiuto che non fosse esclusivamente economico ma che dipendesse invece da quello che io potevo fare con il mio bagaglio personale. C’era bisogno di idee, passioni, capacità: quelle erano e continuano ad essere le mie risorse.”

Ed è così che è nata la rete solidale YouAid?
“YouAid è nata nel 2008. Io ero già stato due volte in Africa e avevo partecipato al progetto di una ONG per la costruzione di un orto; mi sono speso e impegnato molto per quest’opera ma dopo due anni era già tutto finito. L’orto era secco, arido, non era stato nutrito né fisicamente né tanto meno spiritualmente: era venuta a mancare da parte degli organizzatori la passione e l’amore vero verso quello che era l’obiettivo finale.
Sono rimasto molto deluso da questo fallimento, ma dopo la delusione ho anche pensato a quali errori avevano compromesso il risultato: c’era sicuramente la presenza di troppi intermediari e poi mancava la capacità di ascoltare veramente le necessità delle persone del posto.
Da lì ho deciso di fare un viaggio verso un villaggio tanzanese, Ulete, e lì ho assistito a qualcosa di sensazionale: i genitori di alcuni bambini avevano già costruito con le loro mani circa ventimila mattoni per realizzare la scuola per i loro figli. Servivano degli altri mattoni e servivano ovviamente dei soldi. In quel momento  ho pensato a cosa potessi fare per poterli concretamente aiutare e la cosa migliore che mi è venuta in mente è stata quella di raccontare la loro storia; ho fatto quello che oggi tutti definiscono storytelling.
Il mio racconto ha iniziato a incuriosire e affascinare molta gente che mi seguiva da casa e che mi chiedeva come poteva contribuire. La risposta che ho dato loro è stata la stessa che avevo avuto per me stesso: per contribuire alla causa non necessariamente occorreva donare dei soldi, ma ognuno di loro poteva mettere in circolo le proprie capacità per reperire i soldi necessari. C’è stato allora chi ha organizzato un piccolo concerto per raccogliere fondi, o una partita di calcetto o tantissime altre iniziative che hanno messo in circolo una mole di energia e di persone straordinaria. Quasi senza rendercene conto dopo sette mesi la scuola è stata realizzata: per questo definisco YouAid una rete solidale di competenze o ancora meglio un’Associazione liquida.”

Qual è il punto di forza di YouAid?
“L’ aspetto importante di YouAid rispetto a tante altre organizzazioni è quello di non chiedere una donazione passiva: noi non chiediamo di donare 9 euro al mese senza sapere nemmeno chi lo fa, senza conoscere nulla di quella persona che mette mano al suo portafoglio; noi la rendiamo partecipe, la nostra è una donazione attiva.
Da questo punto di vista infatti penso che il mondo della cooperazione, per come è impostato oggi, non sia più al passo con i tempi: mentre nel mondo dell’economia i processi di rivoluzione sono continui – le startup hanno generato un cambiamento epocale, c’è grande fermento e movimento – nel mondo della cooperazione manca un’idea di innovazione e rinnovamento: i modelli andrebbero rivisti, occorrerebbe ripartire dalle idee e soprattutto dalle persone, da considerare in quanto tali e non soltanto in veste di donatrici.
Un altro aspetto fondamentale di YouAid è la comunicazione trasparente, chiara, semplice, verso chi ci sostiene. Il documentare le storie che ci vedono protagonisti è un punto importante che ha innescato un rapporto di fiducia.  La nostra è una forma di cooperazione che parte dal basso.”

Con la scuola di Ulete e la creazione di YouAid nasce quindi la prima Buona Idea
“Si, il senso è stato questo: una buona idea, se condivisa e dotata di buona volontà, genera un risultato concreto. Nel nostro caso la buona idea era sicuramente quella dei genitori che volevamo costruire la scuola per i loro ragazzi, io l’ho condivisa e c’è stata la buona volontà di tutti i partecipanti. In questo modo si è riusciti a raggiungere l’obiettivo finale, un risultato concreto; perché per fare del bene non occorre necessariamente andare in Africa, ma si può fare del bene ovunque, mettendo in circolo qualcosa.
Inoltre non credo sia sufficiente che l’idea in questione sia utile, ma deve anche muovere qualcosa dentro, deve emozionare: se non c’è passione difficilmente si potrà raggiungere un risultato positivo a lungo termine.
A quella buona idea se ne sono aggiunte altre successivamente che ci hanno portato a raggiungere altri importanti traguardi in diversi villaggi tanzanesi: la realizzazione di un ospedale tra il 2009 e il 2010, una nuova scuola realizzata nel 2013, una fabbrica di olio di semi di girasole nel 2014 e la donazione di uno scuolabus iniziata nel 2016 e conclusa la scorsa estate. Ognuna di queste opere ha richiesto tanto impegno e fatica, ma in questi casi ne vale sempre la pena.
La nostra azione negli anni è cresciuta molto ma è formata esclusivamente da una rete di volontari; l’unico nostro stipendiato è Tito, un tanzaniano che è il responsabile dei progetti che vengono svolti.”

L’idea del libro invece quando nasce?
“L’idea del libro mi circolava già dal 2012, nasce dalla necessità di condividere quello che avevo vissuto in quegli anni in Africa: le esperienze fatte, le persone conosciute, ciò che era stato creato; avevo bisogno di bloccare quel flusso di energia, metterlo nero su bianco, pensavo che se non l’avessi fatto sarei anche potuto esplodere. Così ho iniziato la stesura del libro, una mia amica l’ha letto e ci ha visto subito del potenziale, soprattutto nei confronti dei ragazzi. Ho scritto quindi una seconda versione di “Una buona idea” rivolta principalmente ai più giovani, in modo che anche loro potessero da questa storia trarre stimoli e spunti per mettere in moto le loro buone idee. A pubblicarlo è stata la Feltrinelli nel Marzo del 2017.”

A quasi un anno dalla sua pubblicazione cosa ti porti dentro delle numerose presentazioni in giro per l’Italia?
“Quest’anno mi ha sicuramente permesso di vedere con i miei occhi uno spaccato d’Italia strepitoso, mi ha portato a conoscere tanta nuova gente e allo stesso tempo mi ha permesso anche di pensare, di riflettere sui miei limiti e capire come superarli per migliorare me stesso.
Ogni incontro con i ragazzi mi ha trasmesso qualcosa
: ogni momento è stato una piccola magia, ho riscontrato e tuttora riscontro da parte loro un’attenzione particolare al mio racconto. Mi rendo conto che la mia storia muove in loro qualcosa e di questo sono felice, perché mi permette di essere un esempio positivo.

La partecipazione è sempre enorme, da ogni incontro esco rigenerato, elettrizzato per l’energia che si scatena durante quelle ore: quella che io trasmetto loro ma anche quella che loro trasmettono a me. 
Questi ragazzi devono avere il coraggio di stravolgere le proprie vite, devono lanciarsi nei progetti in cui credono. Il libro vuole infatti invogliare proprio i più giovani a mettere in circolo le loro nuove buone idee: è un modo per spronarli e aiutarli a seminare bene, partendo sempre dalle loro passioni. Io credo per questo libro per loro possa essere uno strumento, come un paio di occhiali da indossare per vedere meglio.
Per me è stato sicuramente un anno intenso ma non ho intenzione di fermarmi.”

Quali sono i nuovi progetti in cantiere?
“Tra i progetti in cantiere c’è sicuramente l’avvio di un nuovo progetto in Africa, in Congo. A breve ci sarà anche il nuovo sito di YouAid che conterrà tutto quello che abbiamo fatto sinora. Continua inoltre il mio tour nelle scuole per promuovere “Una Buona Idea” e dal libro è nato anche un nuovo progetto collaterale: i laboratori itineranti di buone idee in giro per l’Italia: lo scopo sarà quello di sviluppare buone idee insieme ai giovani del luogo partendo dalle esigenze e dai bisogni dei loro territori. Questa penso sia la normale evoluzione del libro, un esempio concreto di buona idea.
Prendiamo come esempio un laboratorio di cucina: noi possiamo fornire nozioni in quel campo e motivare i ragazzi, ma a cucinare poi saranno loro, valorizzando i loro prodotti tipici in diverse ricette che ovviamente noi non saremmo in grado di fare; noi forniamo loro gli strumenti necessari per realizzare le loro idee, siamo un tramite, un aiuto.
Al momento abbiamo già preso contatti con le città di Tortona – mia città natale nella quale ci tenevo a farlo – Milano e Udine attraverso gruppi scout, scuole e associazioni, ma siamo aperti alle richieste che arriveranno da ogni parte d’Italia.”

Più buone idee per tutti, grazie Michele.

Per info:
youaid.it
facebook.com/reteYouAid
facebook.com/micheletranquilliofficial/

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